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OMCI - Organismo di Mediazione

Omci - Organismo di Mediazione e Conciliazione Italia

22
Gennaio
2020

Domanda accolta? No alla compensazione;

Cassazione, ordinanza n. 31288/2019: il giudice può compensare le spese solo in caso di soccombenza reciproca ma non se la domanda è accolta integralmente;

Nessuna compensazione delle spese di lite, se la domanda è accolta integralmente. Questo è quanto precisato dalla Corte di Cassazione, Sezione lavoro, nell'ordinanza 10 ottobre - 29 novembre 2019, n. 31288. La pronuncia in commento, trae origine dalla vicenda dell’odierno ricorrente, il quale aveva azionato un procedimento di accertamento tecnico preventivo relativo ai requisiti sanitari, per ottenere il riconoscimento dell'assegno di invalidità civile; il Tribunale aveva omologato tale accertamento, come da CTU, ma aveva compensato le spese di lite, senza fornire alcuna motivazione sul punto. Parte istante ha impugnato detta sentenza per cassazione, deducendo, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., la violazione e falsa applicazione degli artt. 91 e 92 e la carenza ed illogicità della motivazione relativamente alla compensazione delle spese di lite. In particolare, ha rilevato che la compensazione delle spese, era stata disposta dal Giudice di prime cure senza alcuna motivazione, ed inoltre, tale statuizione era ingiustificata, atteso che non era stata accertata alcuna soccombenza reciproca delle parti, bensì, solo la soccombenza dell’Inps. Orbene, citando l'art. 92 c.p.c., il ricorrente ha evidenziato che il giudice può compensare le spese solo nel caso in cui sia ravvisabile una pluralità di pretese contrapposte rigettate a svantaggio di entrambe le parti, ipotesi non ravvisabile nel caso di specie, in cui il giudice aveva accolto in toto le domande proposte dal ricorrente. Nell'ordinanza in commento, la Suprema Corte ha ritenuto fondato il ricorso, ribadendo quanto già affermato dalla giurisprudenza di legittimità in simili fattispecie, ovvero che, il decreto di omologa, è un provvedimento definitivo, di carattere decisorio, che incide sui diritti patrimoniali e non può essere impugnato in altre sedi. In merito al coordinamento tra condanna alle spese di giudizio e soccombenza, la Suprema Corte aveva chiarito che "Nel regime normativo posteriore alle modifiche introdotte all'art. 91 c.p.c., dalla L. n. 69/2009, in caso di accoglimento parziale della domanda il giudice può, ai sensi dell'art. 92 c.p.c., compensare in tutto o in parte le spese sostenute dalla parte vittoriosa, ma questa non può essere condannata neppure parzialmente a rifondere le spese della controparte, nonostante l'esistenza di una soccombenza reciproca per la parte di domanda rigettata o per le altre domande respinte, poichè tale condanna è consentita dall'ordinamento solo per l'ipotesi eccezionale di accoglimento della domanda in misura non superiore all'eventuale proposta conciliativa" (Cassazione civile, sentenza 23 gennaio 2018, n. 1572). A tal riguardo, è possibile evincere detto principio, esaminando a contrario l'art. 91 c.p.c., comma 1, secondo cui, se il giudice "accoglie la domanda in misura non superiore all'eventuale proposta conciliativa, condanna la parte che ha rifiutato senza giustificato motivo la proposta al pagamento delle spese del processo maturate dopo la formulazione della proposta, salvo quanto disposto dall'art. 92". Pertanto, se per giustificare la condanna alle spese della parte parzialmente vittoriosa, occorre che questa abbia rifiutato, senza ragione, l'offerta conciliativa dell’importo poi parzialmente, alla stessa riconosciuto, al di là, di tale caso, il sistema processuale impone che, salva facoltà di compensazione, vada applicato il principio di causalità e non si condanni mai alla rifusione delle spese di lite, la parte costretta ad azionare il procedimento in modo fondato, anche se solo in parte. Alla luce delle suesposte argomentazioni, la Cassazione   ha accolto il ricorso e cassato il decreto di omologa, con rinvio al giudice del merito che provvederà alla regolazione delle spese attenendosi agli enunciati principi di diritto.

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Ultimo aggiornamento Mercoledì, Gennaio 22 2020
  
21
Gennaio
2020

Mediazione, Tribunale e la Professione del Mediatore Civile (una delle più belle in assoluto)

Mediazione, Tribunale e la Professione del Mediatore Civile (una delle più belle in assoluto)

Quanti di Voi hanno provato l’esperienza di entrare in un Tribunale? Per quelli che l’hanno provato, dalle mie interviste, lo evirerebbero subito. Per quali motivi? In tribunale andrete sempre con la convinzione che avete già vinto, nessuno vi dirà mai che è una causa persa. Poi arriva la Sentenza, dove Voi nulla centrate perché è il Giudice che decide secco. Uno sarà felice perché ha vinto, l’altro sarà ancora più incattivito perché ha perso, ma intanto vi rifarete in Appello vi direte, in tanto Voi sborsate soldi in modo anche cospicuo, intanto passa il tempo, voi sarete sempre più stressati, nervosi in attesa della sentenza di Appello che puo’ confermare la 1° o ribaltare tutto, n ogni caso rimane la Cassazione e Voi nuovamente li, stressati,immotivati, nervosi Rancorosi in attesa dell’ultima sentenza che dirà senza più poterci fare nulla chi ha vinto e chi no. Ed intanto avrete passato dai 6 ai 10 anni in stato di Agitazione e perdendoci Molto.

LA MEDIAZIONE E NATA PROPRIO PER QUESTO

Entrambe le parti dovranno forse rinunciare a qualcosa ma in tre mesi chiudete tutto li. Non è Molto Meglio??? (Con l'entrata in Vigore delle direttive 2008/52 CE e 20013/11/UE) Aumenteranno le sanzioni per chi non si presenta e MOLTO DI PIU'. (Leggete le direttive sul nostro sito a destra sul link apposito). L’Odio non si combatte con l’odio, ma con l’Amore e la Pace (Questo è il mio concetto di Mediazione,  OMCI). In un mondo senza più Valori, ridotto allo stremo, con guerre dappertutto, persone che muoiono di Fame, Ricordiamoci di essere Uomini, portatori di pace se poi siete cattolici veri, dovrebbe essere il Primo Vostro obbiettivo, ma lo è anche per tutti gli altri, siamo gli unici Animali che si distruggono tra Loro invece di Aiutarci; L'avvocato in Mediazione, inoltre sarà un Valore aggiunto per Aiutare il Mediatore a raggiungere l'accordo, facendosi quindi anche una buona fama; La «mediazione» è l’attività svolta da un terzo imparziale: il Mediatore Professionista, iscritto in un Organismo di Mediazione registrato presso il Ministero della Giustizia, nel “Registro Organismi di mediazione”. La «mediazione» è  finalizzata ad assistere due o più soggetti sia nella ricerca di un accordo amichevole per la composizione di una controversia, sia nella formulazione di una proposta, effettuata dallo stesso Mediatore, per la risoluzione della stessa senza passare alle vie Giudiziarie con i suoi relativi tempi e costi che tutti conosciamo. Dopo numerose sollecitazioni, in ultime la Direttiva 2008/52 CE, la Direttiva 2013/11/U.E.  il Parlamento e gli avvisi di Bruxelles, del CSM, dell’ANM, la L.96/17 art.11 Ter. La Mediazione Civile è obbligatoria a tutti gli effetti, sanando l’eccesso di delega anche da noi! Ci uniformeremo così agli altri paesi, nei quali esiste da decenni con Risultati Positivi fino al 85 ÷ 90%. Sai che è più conveniente sotto numerosi aspetti la mediazione civile invece che rivolgersi direttamente  al Tribunale? 1) I tempi: la Mediazione deve terminare entro un massimo di TRE mesi; 2) Spese ridotte; 3) Detrazioni di imposta fino ad un massimo di € 500,00; 4) Le parti invece di continuare ad avere rancori inutili perché non è odiando che si risolvono le situazioni durature nel tempo ma al contrario con un po’ di Amore Umano, Dialogo, e meno orgoglio personale,  possono ritrovare di comune accordo una soluzione amichevole: cosa non da poco. L’ Omci (Organismo di mediazione e conciliazione Italia), ha esperti mediatori in tutte le discipline, dalla Giuridica, all’economica, alla sociologica, etc. non esitare quindi a contattarci per risolvere al più presto i tuoi problemi, i tuoi Rancori Finiranno, non spendi praticamente nulla e non perderai più tempo prezioso e a questo che serve la Mediazione esistente in tutto il Mondo.

La Professione del Mediatore Civile (una delle più belle in assoluto)

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Ultimo aggiornamento Martedì, Gennaio 21 2020
  
21
Gennaio
2020

Procura speciale e partecipazione del difensore alla mediazione;

Tribunale di Verona, sentenza del 26/11/2019

Sintesi: Solo la procura speciale permette al difensore della parte interessata di partecipare al procedimento di mediazione. A tal scopo, la procura, deve essere rilasciata nel rispetto della regola generale di cui all’art. 1392 c.c.
Dunque, qualora nella procura sia presente esclusivamente la dicitura “potere di transigere, conciliare, rinunciare ed accettare rinunzie” e, non anche, un chiaro riferimento alla facoltà del difensore di partecipare alla mediazione, la domanda giudiziale è improcedibile.
L’assenza di una regolare procura, infatti, è stata parificata dalla Corte di Cassazione (cfr. sent n. 8473/2019) alla mancata partecipazione alla procedura di conciliazione.

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Ultimo aggiornamento Martedì, Gennaio 21 2020
  
20
Gennaio
2020

Ascensore condominiale malfunzionante, occorre risarcire i danni ai terzi;

Per la Cassazione civile (ordinanza n. 31215/2019) il condominio può però rivalersi sulla ditta incaricata della manutenzione che non ha attuato gli interventi necessari

Il condominio è tenuto a risarcire al terzo i danni che questo ha subito a causa di un malfunzionamento dell’ascensore condominiale. Può tuttavia rivalersi nei confronti della ditta cui era affidata la manutenzione se il sinistro è imputabile ad un malfunzionamento preesistente, già noto alla ditta e che questa non ha provveduto ad eliminare. Questo è quanto ha stabilito la Corte di Cassazione, sez. 3 civile, con l'ordinanza 13 giugno-29 novembre 2019, n. 31215. L’analisi dei motivi di ricorso ha consentito alla Corte di ribadire anche che, in virtù del principio del libero convincimento, il giudice di merito ha piena autonomia nell'apprezzare il quadro probatorio acquisito. La pronuncia trae origine da un incidente verificatosi in un ascensore condominiale, che a seguito di un malfunzionamento accelerava in maniera brusca ed improvvisa portando all’infortunio di una donna. Quest’ultima otteneva il ristoro dei danni subiti dal condominio, che agiva a sua volta nei confronti della ditta incaricata della manutenzione dell’ascensore, chiedendo il rimborso di quanto versato alla danneggiata. A detta del condominio il malfunzionamento si era già manifestato prima del sinistro e malgrado la ditta ne fosse consapevole non aveva mai provveduto a porvi rimedio, rendendosi con ciò responsabile di quanto accaduto. Sia il Tribunale sia la Corte d’Appello di Napoli confermavano la condanna in manleva della ditta. In particolare i giudici d’appello accertavano che l’incidente era stato provocato dal cattivo funzionamento del selettore di manovra, dovuto alla rottura dei nottolini posti sulla fune e che il malfunzionamento si era appunto già manifestato prima del sinistro. In conseguenza di ciò la ditta era quindi responsabile, non tanto per l’omissione degli interventi manutentivi previsti dal contratto e richiesti dal condominio, quanto per non aver promosso la necessaria sostituzione di un componente che aveva già rilevato essere difettoso. La soccombente proponeva ricorso per cassazione, cui resistevano il condominio ed il terzo danneggiato con distinti controricorsi. La ditta lamentava un’erronea valutazione delle risultanze istruttorie da parte del giudice di merito, in particolare di quelle conseguenti all’accertamento tecnico preventivo espletato ante causam, da cui non sarebbe emerso alcun difetto di manutenzione dell’ascensore ma solo l’opportunità di sostituire il selettore di manovra (risalente agli anni ’70) con un altro di tipo diverso. La Corte d’Appello avrebbe quindi errato nell’ascrivere la responsabilità del sinistro anche alla ditta, posto che, secondo quest’ultima, la modifica e l’aggiornamento dell’impianto erano scelte riservate alla sola proprietà dell’immobile. Gli Ermellini escludono che il cattivo esercizio del potere di apprezzamento delle prove non legali da parte del giudice di merito integri un vizio denunciabile con il ricorso per cassazione. Nello specifico la Corte non ritiene censurabile il fatto che il collegio abbia attribuito un significato diverso alle risultanze fattuali dell’ATP. L’accertamento tecnico preventivo non contiene infatti valutazioni tecniche sulle cause dei danni ma serve unicamente a “fotografare” una situazione di fatto, a beneficio del giudice e delle parti, fornendo elementi che altrimenti sarebbero destinati a sparire o a modificarsi se non acquisiti in quella sede. Il giudice di merito può quindi apprezzare gli elementi presi in esame dal consulente tecnico e le considerazioni da questi espresse, se li ritiene utili ai fini della decisione, non essendovi tuttavia vincolato in alcun modo in virtù del principio del libero convincimento. La ricostruzione fattuale offerta dal consulente rappresenta quindi la base di valutazione del giudice, che tuttavia potrà attribuire ai fatti una diversa considerazione alla stregua delle norme che riterrà di volta in volta applicabili al caso concreto. Nella fattispecie in esame la Corte d’Appello ha ritenuto che tra gli obblighi del manutentore vi fosse non solo quello di intervenire ogni volta che l’ascensore presentava un inconveniente, ma anche quello di (quanto meno) segnalare alla proprietà l’eventuale sostituzione di componenti obsoleti, causa, come tali, di possibili e generici malfunzionamenti ma anche di danni ai trasportati. Una conclusione che, proprio perché basata sulle risultanze dell’ATP, logicamente argomentata e frutto del libero convincimento del giudice, non è sindacabile in sede di legittimità. La Corte ha quindi dichiarato inammissibile il ricorso, condannando la ricorrente al pagamento delle spese del giudizio nonchè di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso principale. PS: Si Calcola che nel solo 2020 saranno più di 800.000,00 Le Cause portate in Mediazione, ma Aprire un organismo  molto faticoso, per questo se ritieni di essere in grado di farlo, apri una sede con noi e se vi manca il corso da 50 ore, anche questo lo potete fare con Noi. Vai su www.omci.org e Leggi tutti i Moduli prima di scaricarli. Le A.D.R. saranno sempre più il lavoro del futuro, per questo ti invitiamo a venire in OMCI;

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Ultimo aggiornamento Lunedì, Gennaio 20 2020
  
20
Gennaio
2020

Imu grava sul trustee;

Cassazione, sentenza n. 16550/2019: l’ICI è un tributo di natura patrimoniale che considera come base imponibile il valore del bene immobile

La Corte di Cassazione, con la sentenza 20 giugno 2019, n. 16550, ha affrontato un'importante tematica, su cui vale la pena soffermarsi, in tema di pagamento dell'Imu in capo al trustee. I giudici di legittimità hanno affermato che l'ICI (oggi IMU) è un tributo di natura patrimoniale che considera come base imponibile il valore del bene immobile, a prescindere, in linea generale, da qualsivoglia condizione personale del titolare del diritto e dall'uso che si faccia del bene. Conseguentemente, individua nel trustee il soggetto passivo di imposta poichè, ai sensi dell'art. 3 del D.Lgs, 504 del 1992, riveste la qualità di proprietario perche, allo stesso trustee, è stato trasferito il bene dal disponente. Inotre, il trustee ha il possesso, l'amministrazione e gestione del bene, fra cui anche il dovere di assolvere agli oneri gravanti sulla proprietà. B.M., in qualità di trustee,  impugnava l'avviso di accertamento relativo al pagamento dell'ICI, per l'anno d'imposta 2009, emesso dal Comune di Bassano del Grappa e dunque proponeva ricorso in Commissione Tributaria Provinciale. I giudici di prime cure accoglievano parzialmente il ricorso del contribuente, ricalcolavano le sanzioni ma rigettavano l'eccezione di carenza di legittimazione passiva per il pagamento del tributo. Il ricorrente, nella propria difesa, affermava che i beni oggetto d'imposta fossero di proprietà del trust e in quanto tale soggetto passivo di imposta. Inoltre egli era solo l'amministratore (trustee) di tali beni e comunque di proprietà effettiva di un terzo. Il contribuente appellava tempestivamente la sentenza presso la Commissione Tributaria Regionale del Veneto. I giudici d'appello nell'accertare che i beni fossero di proprietà del trustee, in conformità alla trascrizione nei registri immobiliari e al catasto, fissavano i presupposti per qualificare il trust in esame quale trust traslativo, secondo lo schema delineato dalla L. n. 364 del 1989, art. 2, di ratifica della Convenzione dell'Aja del 1° luglio 1985, ovvero un negozio mediante il quale avviene il trasferimento dei beni dal disponente al trustee e conseguentemente quest'ultimo ne diviene proprietario, con il dovere di amministrarli e gestirli secondo le condizioni e finalità dell'atto istitutivo, ed a beneficio dei soggetti in esso indicati. I giudici di secondo grado, pertanto, respingevano l'appello. Infine, avverso la sentenza di secondo grado veniva proposto ricorso per Cassazione affidato a due motivi di gravame. In particolare, con il primo motivo di ricorso il contribuente (trustee) lamentava la violazione e falsa applicazione del D.Lgs. n. 504 del 1992, art 3 (soggetti passivi dell'ICI ora denominata IMU) e della Convenzione internazionale dell'Aja del 1985 sul trust, art. 3, nonchè della legge di recepimento e degli artt. 1362 e 1363 c.c. in relazione all'art. 360 c.p.c.,n. 5, per contraddittorietà della motivazione. Con il secondo motivo di ricorso il ricorrente lamentava l'omesso esame di un fatto decisivo e la violazione dell'art. 1322 c.c. I giuidici di legittimità, prima di approdare alla soluzione adottata, fanno una prima analisi sul concetto di trust traslativo. Affermano che, secondo un consolidato orientamento della Corte (Cfr.: Cass. Civ. Sez. I, n. 3456/2015; Cass. Civ. Sez. V, n. 25478/2015; Cass. Civ. Sez. II, n. 28363/2011), il trust traslativo non è un ente dotato di personalità giuridica ma un insieme di beni e rapporti destinati ad un fine determinato e formalmente intestati al trustee. Quest'ultimo dispone del diritto e in quanto tale interviene nei rapporti con i terzi, agisce e resiste in giudizio e risponde delle sanzioni amministrative dovute dal proprietario. Richiamando una recente sentenza (Cass. Civ.sez. III n. 9320/2019), la Corte precisa che la peculiarità dell'istituto risiede nello "sdoppiamento del concetto di proprietà", tipico dei paesi di common law: la proprietà legale del trust, attribuita al trustee, ne rende quest'ultimo unico titolare dei relativi diritti tuttavia i beni restano segregati e quindi diventano estranei non soltanto al patrimonio del disponente, ma anche a quello del personale del trustee che deve amministrarli e disporne secondo il programma del trust. Passa poi ad analizzare la soggettività passiva di imposta in materia di Ires nel caso di Trust. Infatti, il legislatore, con l'art. 73 del T.U.I.R ha esplicitamente disciplinato la soggettività tributaria ai fini IRES attribuendola al trust, individuandolo, così, come una entità fiscalmente separata tanto dal disponente che dal trustee. Ciò comporta che non si determino incertezze sul presupposto impositivo e sul soggetto che deve presentare la dichiarazione dei redditi, specie ove si consideri che il trust non ha una regolamentazione nella legislazione nazionale. In materia di ICI, invece, il legislatore non è intervenuto per attribuire una soggettività tributaria. Ai sensi dell'art. 3 del D.Lgs. n. 504/92 soggetto passivo e il proprietario o titolare di altro diritto reale. Secondo la Suprema Corte la soggettività passiva del trust ai fini IRES non fa discendere una generica soggettività passiva anche per altri tributi posto che l'art. 14 delle preleggi vieta l'interpretazione analogica delle norme eccezionali (Le leggi penali e quelle che fanno eccezione a regole generali o ad altre leggi non si applicano oltre i casi e i tempi in esse considerati). L'eccezione in questo caso sarebbe rappresentata dall'attribuire una forma di soggettività ai fini tributari ad un organizzazione priva di personalità giuridica. Alla luce di quanto detto, non avendo il citato art. 73 del TUIR  attribuito al trust la personalità giuridica, nè, tantomeno, può farlo la giurisprudenza, mancando al trust la personalità giuridica manca allo stesso il requisito indispensabile per poter essere titolare di diritti reali, tanto che, per perseguire gli scopi propri dell'istituto i beni vengono trasferiti appunto ad una persona fisica.

Pertanto è il trustee che amministra e fa fronte a tutte le spese di amministrazione, in particolare diviene proprietario dei beni in trust acquistando, così, tutti i poteri e i doveri del proprietario. Di conseguenza il soggetto passivo dell'Ici (oggi IMU) dei beni conferiti in un trust traslativo (trasferimento del patrimonio in trust dal disponente al trustee) deve essere individuato nel trustee. I giudicanti evidenziano che ciò non viola la segregazione patrimoniale, inquadrata nel contesto delle finalità perseguite dall'istituto, che comporta l'effetto di rendere i beni conferiti in trust non aggredibili dai creditori personali del disponente nè da quelli del trustee. In forza di questo assunto la Corte afferma il principio giuridico secondo cui il soggetto passivo dell'ICI (oggi IMU) dei beni conferiti in trust deve essere individuato nel trustee. Le parti, nel negozio istitutivo del trust, potranno continuare a prevedere chi deve sostenere, in termini sostanziali, l'onere economico delle imposte e in che misura il trustee può rivalersi delle spese sostenute per l'amministrazione.

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Ultimo aggiornamento Lunedì, Gennaio 20 2020
  
19
Gennaio
2020

Danno da mora: come liquidarlo nelle obbligazioni di valore;

Cassazione civile, sez. VI-3, ordinanza 12/06/2019 n° 15856

Quali sono i criteri cui attenersi nella complessa operazione di liquidazione del danno derivante da fatto illecito? A chiarirlo è l'ordinanza 12 giugno 2019 n. 15856 con la quale la Corte di cassazione precisa in particolare la necessità di attualizzare il valore degli importi liquidati rispetto al momento in cui si è verificato il danno, valorizzando l’ulteriore voce del “danno da mora” ed enunciando i principi guida per la relativa quantificazione. Nel gennaio del 1998 una società operante nel settore della vendita al dettaglio di abbigliamento aveva subito gravi danni al proprio locale e alla merce a causa di un incendio sprigionatosi da un autoveicolo in sosta, in uso ad altra società. Quest’ultima e la relativa compagnia assicurativa erano quindi state citate in giudizio dalla danneggiata per sentirle condannare al risarcimento del danno subito. Con sentenza non definitiva il Tribunale di Pescara aveva rigettato la domanda nei confronti dell’assicurazione, ritenendo insussistente in tal caso la garanzia della r.c.a. Il giudizio di primo grado era quindi proseguito nei confronti della sola società convenuta. Nel frattempo la sentenza non definitiva era stata immediatamente impugnata dall’attrice e l’appello rigettato dalla Corte d’Appello dell’Aquila. Tale ultima pronuncia era stata infine cassata con rinvio dalla Corte di Cassazione nel 2012. Nelle more dei giudizi di impugnazione avverso la sentenza non definitiva il processo tra l’attrice e i convenuti era nel frattempo proseguito, concludendosi con la condanna di questi ultimi al pagamento di una somma di denaro “oltre rivalutazione secondo gli indici ISTAT sull’aumento dei beni all’ingrosso e agli interessi”. Ottenuta poi la cassazione con rinvio della sentenza con cui era stata rigettata la sua domanda contro l’assicuratore, l’attrice aveva riassunto il giudizio nei confronti di quest’ultimo dinanzi alla Corte d’Appello dell’Aquila. Quest’ultima aveva quantificato il danno patito dall’attrice, dichiarando che la somma dovesse intendersi espressa in moneta dell’epoca della sentenza di primo grado (depositata il 2005). Aveva stabilito inoltre la rivalutazione annuale di detta somma secondo “gli indici ISTAT sui prezzi al consumo”, dalla data del sinistro (1998) a quella di deposito della sentenza d’appello. Aveva infine liquidato il danno da mora conformandosi ai noti principi statuiti dalle Sezioni Unite con sentenza n. 1712 del 17 febbraio 1995 (ovvero in misura pari agli interessi al tasso legale, applicati sulla somma devalutata all’epoca del sinistro e poi rivalutata di anno in anno). La sentenza pronunciata dalla Corte d’Appello in sede di rinvio era stata nuovamente impugnata dall’attrice, che aveva proposto ricorso per cassazione alla base della presente pronuncia. A fondamento del ricorso la ricorrente poneva un motivo formalmente unitario ma sostanzialmente articolato in due distinte censure. Osservava infatti che non solo la Corte d’Appello aveva liquidato il danno senza disporne la rivalutazione ma si era addirittura attestata sugli importi stimati dal consulente tecnico all’epoca del primo grado di giudizio, pervenendo quindi ad una doppia devalutazione del danno: di quello in conto capitale e di quello da mora, riducendosi inevitabilmente la base di calcolo degli interessi compensativi. Nell’esame del ricorso la Corte di Cassazione enuncia criteri e passaggi da seguire in punto di liquidazione del danno da fatto illecito. Osserva a tal proposito che tale fattispecie di danno è oggetto di un’obbligazione di valore, cioè di un debito che fin dal momento in cui sorge è per sua natura non quantificabile né monetizzabile con criteri oggettivi. Scopo dell’obbligazione risarcitoria è quello di reintegrare la perdita arrecata al patrimonio del danneggiato, consentendo di pervenire ad una condizione patrimoniale analoga a quella che vi sarebbe stata se il danno non si fosse verificato. Qualora il danno consista nella perdita di un bene suscettibile di valutazione economica, il ripristino di tale condizione avverrà surrogando la perdita con un importo monetario pari al controvalore del bene perso. Controvalore che dev’essere espresso non avendo riguardo al momento in cui si è verificato il danno ma a quello in cui avviene la liquidazione, con la conseguenza che qualora questa non avvenga con valori monetari correnti sarà necessario attualizzare il valore che il bene aveva all’epoca del danno. Nel ribadire tali principi la Corte richiama il proprio orientamento costante sul punto (si vedano, tra le altre, Cass. Civ. Sez. I, sent. n. 9361 del 5 maggio 2005; sent. n. 3125 del 12.04.1990; sent. n. 2830 del 22.04.1986), precisando tuttavia che la rivalutazione del credito risarcitorio non è il solo passaggio in cui si articola l’operazione di liquidazione del danno. Qualora la liquidazione avvenga a distanza di tempo dal sinistro, al danneggiato, oltre al capitale rivalutato, può spettare infatti anche un ulteriore risarcimento: quello per l’ulteriore pregiudizio subito a causa del ritardato pagamento del credito. Sul punto la giurisprudenza ha precisato che tale ritardo nell’adempimento causa al creditore un danno ulteriore e diverso rispetto a quello primario, identificabile nell’impossibilità di investire la somma dovutagli e di ricavarne un lucro ulteriore. In difetto di specifici criteri la liquidazione di tale voce di danno avverrà necessariamente in via equitativa, anche se la forma più diffusa è indubbiamente il ricorso ad un tasso d’interesse. Il giudice chiamato ad operare in concreto tale liquidazione, procederà di regola in base a tre parametri: periodicità, saggio e base di calcolo, i cui criteri di individuazione sono stati stabiliti dalla stessa Corte a Sezioni Unite con la nota sentenza n. 1712 del 17 febbraio 1995, ove si legge che:

  • la periodicità è sempre annuale;
  • il saggio è determinato in via equitativa dal giudice in base alle circostanze concrete, dando particolare rilevo all’entità del capitale (in rapporto di proporzionalità diretta tra importo del credito e lucro finanziario perso dal creditore);

la base di calcolo può essere determinata o applicando il saggio sul capitale dell’anno in corso, previa devalutazione, per ogni anno di mora, oppure su un valore medio. Muovendo da tali premesse la Corte evidenzia l’insanabile contrasto tra motivazione e dispositivo da cui risulta viziata la pronuncia della Corte d’Appello: in motivazione era stata infatti correttamente disposta la rivalutazione annuale del credito dovuto alla danneggiata, mentre nel dispositivo la Corte si era attestata su valori stimati dal consulente d’ufficio nel 2003. All’esito del giudizio il ricorso è stato pertanto accolto, con condanna della debitrice al pagamento in favore della ricorrente della somma in sorte capitale, rivalutata alla data attuale, nonché di un’ulteriore somma a titolo di danno da mora, liquidata in base al tasso di interesse legale oggi vigente.

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Ultimo aggiornamento Domenica, Gennaio 19 2020
  
16
Gennaio
2020

Cartella esattoriale del credito contributivo si prescrive in 5 anni;

La notifica della cartella non determina la novazione né l'applicabilità del termine decennale (Cassazione, ordinanza n. 32077/2019)

Notifica delle cartelle di pagamento di crediti contributivi? Nessun effetto novativo, il termine prescrizionale è quinquennale. L’Agenzia delle Entrate-riscossione deve riscuotere i contributi non pagati dai lavoratori autonomi, entro cinque anni, altrimenti il credito si prescrive. E’ quanto chiarito dalla Cassazione Civile, Sez. VI - Lavoro, nell’ordinanza 9.12.2019, n. 32077. Nella vicenda in esame, la Corte territoriale aveva confermato la decisione del giudice di primo grado che aveva accolto l'opposizione all’intimazione di pagamento avente ad oggetto crediti previdenziali dovuti da un lavoratore autonomo, rilevando l’avvenuta prescrizione dei crediti suddetti, dopo la notifica delle cartelle sottese all'intimazione. Avverso tale sentenza, l’Agenzia delle entrate-riscossione, ha proposto ricorso per cassazione, deducendo, ai sensi dell'art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, la violazione e la falsa applicazione dell'art. 2946 c.c., del D.P.R. n. 602 del 1973, art. 49 e del D. Lgs. n. 46 del 1999, art. 17, in quanto la Corte territoriale aveva considerato applicabile, per il calcolo della prescrizione del credito esattoriale, il termine breve quinquennale, di cui alla L. n. 335 del 1995, art. 3, commi 9 e 10, senza valutare, secondo la ricorrente, l'effetto novativo conseguente alla notifica delle cartelle di pagamento, che, invece, comporterebbe l'applicabilità del termine lungo decennale. La Cassazione ha rigettato la suddetta, unica censura, ritenendola inammissibile, in quanto, il giudice di merito aveva risolto le questioni contestate in modo conforme alla giurisprudenza consolidata della Corte di legittimità. A tal riguardo, assume rilievo il principio di diritto, già richiamato dalla Corte territoriale ed enunciato a Sezioni Unite nella sentenza n. 23397 del 17/11/2016, in virtù del quale, la scadenza del termine per impugnare la cartella di pagamento di cui al D. Lgs. n. 46 del 1999, art. 24, comma 5, determina l’irretrattabilità del credito contributivo senza che il termine prescrizionale breve, quinquennale, venga convertito in quello ordinario, decennale, ai sensi dell'art. 2953 c.c. Sulla scorta di tale dictum, la Suprema Corte ha precisato che, Inoltre, quest’ultima disposizione, si applica solo nei casi in cui intervenga un titolo giudiziale divenuto definitivo, ma, nella controversia in esame, la cartella esattoriale avendo natura di atto amministrativo, non può acquistare efficacia di giudicato. Oltre a ciò, la circostanza che l'Agenzia delle Entrate sia subentrata come nuovo concessionario, non comporta il cambiamento della natura del credito, che resta assoggettato alle norme dettate per il regime prescrizionale, per cui, in mancanza di un titolo giudiziale definitivo, si applica nei confronti del creditore, la disciplina relativa alla prescrizione breve, prevista dalla L. n. 335 del 1995, art. 3, invece che la regola generale sussidiaria di cui all'art. 2946 c.c., che prevede l’applicazione del termine decennale.

Alla luce delle predette argomentazioni, la Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile, condannando la ricorrente al pagamento in favore del controricorrente delle spese del giudizio di legittimità.

 

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Ultimo aggiornamento Giovedì, Gennaio 16 2020
  
14
Gennaio
2020

Rapporti bancari: ordine di esibizione anche in corso di causa;

Cliente ha sempre diritto alla documentazione delle operazioni compiute entro i 10 anni, salvo l’obbligo di pagare le spese di produzione (Cassazione civile, ordinanza n. 32041 del 04/12/2019)

È sempre legittima la richiesta di esibizione della documentazione bancaria da parte del cliente, anche in pendenza di giudizio. Questo è quanto chiarito dalla Corte di Cassazione, Sezione Prima Civile, nell’ordinanza del 4 dicembre 2019, n.31650. Nella pronuncia in commento, la Suprema Corte ha chiarito che, sussiste l’obbligo della Banca di esibire la rendicontazione bancaria, a prescindere da una preventiva richiesta della documentazione suddetta, in via stragiudiziale o cautelare, atteso il diritto del cliente a ricevere copia di detta documentazione. Nel caso de quo, una correntista aveva adìto la competente autorità giudiziaria affinchè venisse accertata la nullità della clausola di corresponsione degli interessi in misura ultra legale e della clausola di capitalizzazione trimestrale degli interessi passivi, con conseguente condanna della banca convenuta, alla restituzione degli importi indebitamente percepiti. Il Giudice di prime cure aveva rigettato la domanda, e successivamente, la Corte territoriale adìta aveva dichiarato inammissibile l'appello, ai sensi dell'art. 348 bis c.p.c. ritenendo il gravame privo di una ragionevole probabilità di venire accolto. Avverso tale sentenza, la cliente della banca ha proposto ricorso per cassazione, censurando, in particolare, il fatto che il Tribunale avesse ritenuto non provate le domande di nullità degli interessi extralegali ed anatocistici e di restituzione delle somme indebitamente pagate, senza, tuttavia, dare corso all'ordine di esibizione dei documenti, richiesto ex artt. 210 c.p.c. e del D.Lgs. n. 385 del 1993, art. 119. In merito all'ordine di esibizione documentale, la Suprema Corte non ha condiviso quanto sostenuto dal Giudice di prime cure, secondo il quale, detto mezzo istruttorio sarebbe precluso nel caso in oggetto, in quanto la ricorrente non avrebbe dimostrato di essersi attivata in via stragiudiziale per ottenere gli estratti conto, ai sensi del D. Lgs. n. 385 del 1993, art. 119, comma 4, oppure in via cautelare ex art. 700 c.p.c.. Orbene, l’art. 119, comma 4, D. Lgs. n. 385 del 1993, come sostituito dal D. Lgs. n. 342 del 1999, art. 24, comma 2, attribuisce al cliente della banca, al suo successore a qualunque titolo ed a colui che subentra nell'amministrazione dei suoi beni, il diritto di ottenere copia della documentazione relativa a tutte le operazioni del periodo a cui il richiedente sia interessato, nel rispetto del termine decennale indicato dalla norma. In virtù di tale principio, il titolare di un rapporto di conto corrente ha sempre il diritto di farsi consegnare dalla banca il rendiconto, anche in sede giudiziaria e mediante qualsiasi mezzo idoneo allo scopo, compreso l'ordine di esibizione, fornendo soltanto la prova dell'esistenza del rapporto contrattuale. Nello specifico, la norma di cui all'art. 119 del testo unico bancario, riconosce al cliente della banca la facoltà, non soggetta a restrizioni, con la quale "viene a confrontarsi un dovere di protezione in capo all'intermediario, per l'appunto consistente nel fornire degli idonei supporti documentali alla propria clientela, che questo supporto venga a richiedere e ad articolare in modo specifico. Un dovere di protezione idoneo a durare, d'altro canto, pure oltre l'intera durata del rapporto, nei limite dei dieci anni a seguire dal compimento delle operazioni interessate". Pertanto, non può essere condiviso il differente indirizzo, secondo cui l'esercizio di tale potere sarebbe limitato alla sola fase anteriore alla instaurazione del giudizio, eventualmente azionato dal cliente verso la banca presso la quale aveva il conto corrente, essendo tale orientamento, in palese contrasto con il testo di legge, che attribuisce al correntista un diritto pieno ed incondizionato, senza limitazioni di sorta, fatto salvo il limite dei dieci anni e l'obbligo di pagare le relative spese di produzione. Tra l’altro, la tesi espressa dal Giudice di prime cure determinerebbe la trasformazione di un istituto di protezione del cliente in uno strumento di penalizzazione del medesimo, convertendo la sua richiesta di documentazione da esercizio di una libera facoltà a vincolo dell’onere. Per tali ragioni, la Cassazione ha accolto il ricorso, rilevando la palese erroneità della tesi del Tribunale, laddove aveva sostenuto che la correntista "avrebbe dovuto previamente acquisire in via stragiudiziale o anche in via cautelare" i documenti bancari relativi al rapporto in contestazione, trattandosi, invece, di un legittimo diritto della cliente richiedere l’ordine di esibizione degli stessi, anche in pendenza di giudizio.

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Ultimo aggiornamento Martedì, Gennaio 14 2020
  
13
Gennaio
2020

SI RICORDA CHE SOLO GLI ORGANISMI DI MEDIAZIONE ISCRITTI AL MINISTERO DELLA GIUSTIZIA E DI CONSEGUENZA I MEDIATORI ISCRITTI AD UN ORGANISMO SONO ABILITATI AD ESEGUIRE MEDIAZIONI;

Attenti a chi invia e- mail promettendovi di farvi fare Mediazioni, Consulenze a pagamento ecc, per Tutte le Materie che riguardano la Mediazione civile e commerciale scoprendo poi che non hanno Titolo in quanto non sono iscritti a nessun organismo o si fanno passare per Agenzie o liberi professionisti ma non sono iscritti all’albo Mediatori o Organismi di Mediazione. Lo diciamo perché addirittura a noi arrivano e mail con nomi di Presunti organismi o di Mediatori assolutamente non abilitati dal Ministero. Infatti solo gli Organismi iscritti al Ministero con tanto di numero R.O.M. possono eseguire Istanze Regolari e solo i Mediatori iscritti all’albo attraverso l’iscrizione ad almeno un Organismo iscritto al Ministero possono agire, tutti gli altri sono solo Irregolari e / o organismi in alcuni casi Cancellati che continuano ad operare senza essere Regolari, Questi Vanno segnalati al Ministero della Giustizia che prenderà i dovuti Provvedimenti; inoltre le consulenze in un organismo non vanno assolutamente pagate. Solo una volta depositata un’istanza se ci va una CTU sarà addebitata alle parti. Prima di tutto se volete vedere se un organismo è iscritto Regolarmente al Ministero, Verificatelo sul sito. https://mediazione.giustizia.it e lo stesso per il Mediatore. Anche questo infatti lo potete verificare sullo stesso sito e / o sul sito dell’organismo regolarmente Iscritto. Tutti gli altri sono irregolari e tutte le Promesse non avranno alcun Valore Legale. La realtà è che i costi della mediazione sono accessibili a tutti, ed inoltre una volta conciliato sarete segnalati dall’organismo di mediazione al ministero della Giustizia il quale provvederà  nell’anno successivo a rendervi quanto speso o in parte la somma sotto forma di credito d’imposta, senza alcun costo aggiuntivo per Voi e per lo Stato ed anche l’avvocato che vi assiste avrà costi molto meno esosi.                       La tranquillità che non esiste in un aula di tribunale, in mediazione sarete a vostro agio dall’inizio alla fine ed inoltre con un po’ di complicità delle parti, potrete eliminare tutti i disguidi avuti nel tempo, permettendovi di ritrovare anche a livello comunicativo ed emotivo, quella Pace e tranquillità che dovrebbe essere il principale Motivo per Vivere in una determinata Società, una volta finita la mediazione ogni rancore verso l’altro sarà superato, grazie anche alla preparazione del Mediatore in questo ambito fondamentale per essere un buon mediatore; La quasi certezza di non dover mettere consulenti tecnici: un buon organismo solitamente possiede tutte le figure che necessitano per la risoluzione di una determinata controversia, preparato sia a livello normativo, che tecnico, che comunicativo; In tutto il mondo, la Mediazione è usata da decenni, proprio per le sue caratteristiche di celerità, costi accessibili e preparazione dei mediatori, da noi ci sono voluti ANNI per avere questo strumento e risparmiare tempo, non farlo perdere ai Giudici e Finire tutto in tempi brevissimi a costo praticamente ridicolo, risparmiando e facendo risparmiare lo stato. Per i mediatori è importante invece effettuare i corsi da un organismo di mediazione che sia anche ente formativo per poter accedere subito e con certezza al tirocinio assistito. Ci sono poi oggi tantissimi Organismi che fanno di Tutto perdendo di fatto competenze specifiche nella vera Mission che è quella relativa alla Mediazione Civile e Commerciale. Non basta tutto questo per provare la Mediazione Civile? Provala, che tu sia un privato cittadino, un ente territoriale o pubblico, un’azienda (che può inserirlo anche nelle proprie clausole compromissorie/contrattuali), una Volta provata ti renderai conto che la Mediazione è Veramente l’unico modo per arrivare il prima possibile ad ottenere ciò che volevi in tempi rapidissimi!Per info: www.omci.org e per verificare se un Organismo è Legale controllate su https://mediazione.giustizia.it e fate lo stesso per il Mediatore.

La mediazione è uno strumento introdotto per consentire alle parti di evitare le lungaggini e le spese che comporta un giudizio dinanzi al Tribunale; Per questo da ora iniziano i nuovi corsi per divenire Mediatori Civili e Commerciali: Requisiti richiesti: Essere Avvocati, Giuristi, Economisti, Consulenti del Lavoro, Geometri, Architetti, Notai, Sociologi, Psicologi, avere una Laurea almeno triennale nelle Materie previste nella Mediazione o essere iscritti ad un albo da almeno 5 Anni nelle Materie previste come obbligatorie, avere buone capacità comunicative ed organizzative e avere competenze nella ricerca di Mediazioni. Non esitate quindi ad iscrivervi ai nostri corsi per divenire Mediatori civili e commerciali scrivendo a Questo indirizzo e-mail è protetto dallo spam bot. Abilita Javascript per vederlo.

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Ultimo aggiornamento Lunedì, Gennaio 13 2020
  
09
Gennaio
2020

Condominio, appropriazione indebita per l'amministratore che usa denaro per altri fini;

Punibile l'amministratore che trattiene somme destinate ai pagamenti nell'interesse del condominio (Cassazione, sentenza n. 27822/2019). Con la sentenza n. 27822/2019 del 24 Giugno 2019 la Suprema Corte di Cassazione, sez. II penale, si occupa del reato di appropriazione indebita aggravata e continuata commessa dall’amministratore di condominio con riferimento a somme dallo stesso ritenute. La difesa ricorreva per cassazione lamentando la violazione di legge per erronea applicazione della legge penale, per essere stata sostanzialmente non correttamente applicata la normativa fiscale in tema di “ravvedimento operoso”. In definitiva la difesa si lamentava della mancata disanima, in sede di appello e dei due gradi di merito, della motivazione per la quale era stata recapitata la cartella esattoriale al condominio: si lamentava infatti che dal dibattimento nulla era emerso circa la natura della cartella esattoriale ovvero se essa costituisse una cartella relativa ad un mancato pagamento o se la stessa si riferisse a sanzioni ed interessi per pagamenti eseguiti in ritardo. La Suprema Corte di cassazione ha tuttavia ritenuto inammissibile il ricorso affermando che ben avevano motivato i giudici del merito circa la vicenda in questione. Si ricorda infatti che i condomini, dopo aver ricevuto alcune cartelle esattoriali relative ad avvisi di pagamento, avevano revocato l’incarico al precedente amministratore, nominandone uno uovo. A seguito della notifica di una ulteriore cartella di pagamento, i veniva a conoscenza del mancato pagamento di contributi previdenziali relative al rapporto di lavoro subordinato intercorso con il portiere del condominio, nonché delle ritenute d’acconto sulle retribuzioni del predetto oltre che sulle fatture emesse dai fornitori. A queste seguivano poi ulteriori cartelle e avvisi di pagamento, relative al mancato versamento della tassa di occupazione del suolo pubblico in occasione dei lavori di ristrutturazione dello stabile. Dall’esame dei testi, poi, si evinceva che l’amministratore di condominio, ricorrente, già condannato in primo e secondo grado, non aveva consegnato alcun fondo cassa né tantomeno dato conto dell’accantonamento del TFR del dipendente. Nella motivazione della sentenza, poi, si dà atto che l’imputato si era reso disponibile ad accollarsi il debito per i contributi non versati. A fronte di tale ammissione, il giudice di prime cure aveva affermato la penale responsabilità per l’amministratore di condominio essendo emerso con certezza il mancato versamento dei contributi mensili, anche da parte dello stesso imputato. Pertanto, alla luce di tali affermazioni la Suprema Corte ha ritenuto inammissibile il motivo di appello in quanto del tutto generico ed “eccentrico” rispetto al provvedimento impugnato, sottolineando ancora una volta come i giudici del merito avessero ben compreso la situazione fattuale. In definitiva l’omesso pagamento di cui si dava atto nelle sentenze di merito era stato identificato proprio con l’appropriazione indebita delle somme versate dai condomini e ritenute dall’amministratore. La Corte di Cassazione pertanto, pur dichiarando inammissibile il ricorso, per difetto di specificità dei motivi di appello, sembra aver compiutamente inquadrato i fatti oggetto del procedimento in questione. Proprio a tal riguardo, quindi, afferma che la condotta dell’amministratore che abbia trattenuto somme di cui aveva la disponibilità in ragione del suo ufficio e con destinazione “vincolata” ai pagamenti nell’interesse del condominio, integra il delitto di appropriazione indebita.

La Suprema corte prosegue poi richiamando la giurisprudenza di legittimità che, con riferimento proprio all’ipotesi del denaro - anche se molto datata, “stante l’immutabilità del quadro normativo di riferimento” risulta ancora attuale e valida. In primo luogo ciò che appare doveroso sottolineare è che anche il denaro può costituire oggetto del reato di appropriazione indebita, atteso che “anche il denaro, nonostante la sua "ontologica" fungibilità, può essere oggetto di trasferimento relativamente al mero possesso, senza che al trasferimento del possesso si accompagni anche quello della proprietà”. “Ciò di norma si verifica, oltre che nei casi in cui sussista o si instauri un rapporto di deposito o un obbligo di custodia, nei casi di consegna del danaro con espressa limitazione del suo uso o con un preciso incarico di dare allo stesso una specifica destinazione o di impiegarlo per un determinato uso: in tutti questi casi il possesso del danaro non conferisce il potere di compiere atti di disposizione non autorizzati o, comunque, incompatibili con il diritto poziore del proprietario e, ove ciò avvenga si commette il delitto di appropriazione indebita (cfr., Cass. Pen., 2, 24.10.2017 n. 50672, P.C. in proc. Colaianni; conf., Cass. Pen., 2, 25.10.1972 n. 4584, Girelli; cfr., anche, Cass. Pen., 2, 21.4.2017 n. 24857, Forte; Cass. Pen.,2, 8.3.2016 n. 12869, Pigato; Cass. Pen., 5, 26.5.2014 n. 46474, Nicoletti, resa in tema di appropriazione da parte del consulente di una società, di una somma di denaro destinata al soddisfacimento di un creditore)”. Pertanto, allorquando non vi sia passaggio di proprietà, anche il fine diverso dal vincolo di destinazione originariamente previsto, può integrare il delitto di appropriazione indebita.

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Ultimo aggiornamento Giovedì, Gennaio 09 2020
  

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