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OMCI - Organismo di Mediazione

Omci - Organismo di Mediazione e Conciliazione Italia

15
Febbraio
2020

14/02/2020: Attenzione all'impugnazione della delibera di scioglimento del condominio;

Tribunale di Velletri con la recente sentenza n. 143 del 22 gennaio 2020

Sintesi: Nel caso di delibera assembleare che abbia disposto lo scioglimento del condominio in due nuovi e distinti condominii la procedura di mediazione obbligatoria deve essere attivata nei confronti di questi ultimi, in persona dei rispettivi amministratori condominiali, e non verso il condominio originario, che ormai deve considerarsi non più esistente. In caso contrario la mediazione non può considerarsi utilmente attivata, con tutto ciò che ne può conseguire in ordine alla decadenza dall'impugnazione per il mancato rispetto del termine di trenta giorni di cui all'art. 1137 c.c..Questa la particolare fattispecie sulla quale è stato chiamato a esprimersi il Tribunale di Velletri con la recente sentenza n. 143 dello scorso 22 gennaio 2020. Scioglimento del condominio e mediazione Il caso concreto. Nella specie una condomina aveva deciso di impugnare la delibera con cui l'assemblea aveva disposto lo scioglimento del condominio in due distinti e separati condominii e aveva pertanto tempestivamente avviato la procedura di mediazione obbligatoria di cui al D.Lgs. 28/2010, invitando dinanzi all'organismo di mediazione il condominio in persona del suo amministratore pro tempore. Quest'ultimo tuttavia non si era presentato all'incontro e il mediatore era quindi stato costretto a redigere un verbale negativo (dal deposito del quale, stando alla posizione interpretativa maggiormente accreditata, decorrono ulteriori trenta giorni per l'impugnazione giudiziale).  Impugnazione delibera condominiale e mediazione. La condomina aveva quindi provveduto a notificare l'atto di citazione al predetto condominio. Nel relativo procedimento avevano però provveduto a costituirsi i due nuovi condominii sorti dallo scioglimento di quello originario, ciascuno rappresentato dal proprio amministratore, deducendo che il "vecchio" condominio non si era presentato all'incontro di mediazione in quanto non più esistente, essendo la delibera di scioglimento immediatamente efficace. Questi ultimi avevano quindi preliminarmente contestato la tardività dell'impugnazione per decorso del termine di trenta giorni di cui all'art. 1137 c.c. in quanto, secondo la propria tesi, lo stesso sarebbe decorso dal ricevimento del verbale assembleare da parte della condomina impugnante (assente alla relativa assemblea) e non sarebbe stato affatto interrotto dall'avvio della procedura di mediazione, non essendo la stessa stata svolta nei confronti dei due nuovi condominii sorti dallo scioglimento di quello originario. In un primo momento il Giudice, dopo avere addirittura sospeso l'efficacia della delibera impugnata, aveva provveduto a concedere alle parti i termini di cui all'art. 183, comma 6, c.p.c. e a istruire la causa con ammissione della CTU volta a verificare la possibilità di fruizione distinta dei due edifici risultanti dallo scioglimento dell'originario condominio. In sede di decisione, tuttavia, il Tribunale ha fatto propria l'eccezione preliminare di tardività dell'impugnazione, risolvendo quindi la causa su una questione prettamente processuale.  Mediazione in condominio. Quali sono i requisiti di procedibilità? Scioglimento del condominio e mediazione, la decisione del Tribunale di Velletri. Il Giudice laziale ha quindi ritenuto che la condomina avesse impugnato la delibera assembleare oltre i termini fissati a pena di decadenza dall'art. 1137 c.c.. Il Tribunale ha in primo luogo verificato se i vizi lamentati potessero rientrare tra quelli che comportano la dichiarazione di nullità delle deliberazioni condominiali e che, viceversa, proprio in ragione della maggiore gravità, non sottostanno al predetto limite temporale. Su questo punto si è soliti fare riferimento alla nota sentenza n. 4806/2005 con cui le Sezioni Unite della Cassazione hanno indicato i criteri in base ai quali distinguere tra i vizi che comportano la nullità delle delibere e i vizi che rendono le stesse soltanto annullabili (purché dedotti a mezzo dell'impugnazione entro i trenta giorni successivi all'assemblea o, in caso di assenza alla riunione, a partire dal momento in cui il condomino abbia ricevuto copia del relativo verbale). Proprio in applicazione dei criteri indicati dalla Suprema Corte, il Tribunale di Velletri, valutato che nella specie i motivi di impugnazione sollevati dalla condomina erano tutti riconducibili a ipotesi di annullabilità della deliberazione, ha ritenuto di dover verificare se fossero stati rispettati i predetti termini di cui all'art. 1137 c.c.. A questo proposito occorre ricordare come con l'introduzione del c.d. tentativo obbligatorio di mediazione per le cause condominiali di cui all'art. 5 del D.Lgs. 28/2010 il Legislatore abbia espressamente previsto che il predetto termine di decadenza possa essere interrotto dall'invito trasmesso alla controparte per la partecipazione a un incontro di mediazione presso un organismo accreditato presso il Ministero della Giustizia e che abbia sede nel luogo del giudice territorialmente competente per la controversia. Per l'intera durata di questo procedimento il predetto termine rimane quindi per così dire congelato. In caso di conclusione negativa esso, secondo l'interpretazione maggiormente seguita, riprende quindi nuovamente a decorrere da tale data (in altre parole il condomino ha a sua disposizione altri trenta giorni per proporre l'impugnazione).  La mediazione nel condominio: Nel caso in questione, come detto, la condomina impugnante aveva avviato la procedura di mediazione e quindi, almeno dal suo punto di vista, aveva interrotto il termine di decadenza. All'esito negativo della procedura, la stessa aveva quindi notificato l'atto di citazione nel rispetto del nuovo termine di trenta giorni. Tuttavia, come eccepito dagli amministratori dei due condominii sorti all'esito dello scioglimento del condominio originario, solo quest'ultimo era stato invitato in mediazione e, quindi, a loro modo di vedere, la procedura era stata inutilmente avviata e, soprattutto, non poteva essere considerata idonea a interrompere il termine di cui all'art. 1137 c.c.. Il Tribunale di Velletri, come anticipato, ha fatto propria questa eccezione, rilevando a sua volta come la procedura di mediazione non fosse stata "regolarmente espletata (...) in quanto non instaurata nei confronti del soggetto legittimato passivo", essendo venuto ormai meno, per intervenuto scioglimento, il condominio alla stessa invitato. A sostegno di questa decisione il Tribunale ha quindi richiamato un interessante precedente di legittimità (Cass. civ., sez. II, 11 aprile 1995, n. 4156). In detta decisione la Suprema Corte, "appurato che la delibera che decide lo scioglimento del condominio, a norma degli artt. 61 comma 2 e 62 comma 2 Disp. att. c.c., non ha efficacia traslativa (reale)", ha stabilito che nel caso di impugnazione della delibera assembleare di scioglimento debba "trovare applicazione analogica l'art. 110 c.p.c. e che questa soluzione sia l'unica conforme con il sistema processuale". "Invero ", ha chiarito la Cassazione, "con l'espressione la parte "viene meno per causa di morte o per altra causa", il legislatore si riferisce non solo alla ipotesi di estinzione della persona fisica e della persona giuridica, ma altresì a qualsivoglia caso in cui la parte, per qualunque ragione, cessi di esistere quale soggetto (...) Una volta che, sul piano sostanziale, il condominio originario si scioglie e le cose, i servizi e gli impianti, che formano oggetto del diritto in condominio non restano in comune tra tutti i partecipanti, nella contitolarità si sostituiscono i singoli condomini facenti capo ai condominii separati.Sul piano processuale, la parte in giudizio (il condominio originario) "viene meno" ed è sostituito dai condominii separati e il processo non può proseguire tra le parti originarie".




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Ultimo aggiornamento Sabato, Febbraio 15 2020
  
12
Febbraio
2020

Mediazione obbligatoria: le conseguenze, non univoche, dell'indisponibilità;

La giurisprudenza appare variegata e non del tutto uniforme in merito alla portata dell'obbligo sancito dall'art. 5 del D.Lgs. n. 28/2010 ed alle conseguenze della sua inottemperanza, specie ove l'adempimento sia solo di facciata. Le divergenze si evidenziano non tanto nel caso del fallimento della procedura di mediazione, che, iniziata, si concluda negativamente a causa di una indisponibilità irremovibile di una o di entrambe le parti, bensì ove in sede di primo incontro informativo questa indisponibilità si palesi già riguardo alla stessa possibilità di entrare in mediazione. Questa resistenza talvolta è priva di spiegazioni, altre volte risulta accompagnata da motivazioni generiche e vaghe, spesso velate dietro formule divenute ormai pressochè di rito: "non ci sono le condizioni", "non c'è alcuna possibilità di entrare in mediazione", "la distanza tra le nostre posizioni è incolmabile", fino a sfociare talvolta in una anifestazione di volontà negativa secca e categorica. Riserviamo ad altra occasione ogni commento riguardo ai casi in cui il rifiuto sia in qualche modo condizionato dal difensore della parte, che con detto comportamento, ove non giustificato da inoppugnabili ragioni di diritto e di fatto, rischia di incorrere in responsabilità professionali e deontologiche gravi. In questa sede diamo quindi per presupposto che l'indisponibilità o il rifiuto sia espressione di un'inequivocabile volontà della parte-cliente.  È noto che durante il primo incontro il mediatore, dopo avere chiarito il proprio ruolo e le caratteristiche della procedura di mediazione, "invita le parti e i loro avvocati a esprimersi sulla possibilità di iniziare la procedura di mediazione e, nel caso positivo, procede con lo svolgimento". È pacifico anche che "Quando l'esperimento del procedimento di mediazione è condizione di procedibilità della domanda giudiziale, la condizione si considera avverata se il primo incontro dinanzi al mediatore si conclude senza l'accordo" e che "Dalla mancata partecipazione senza giustificato motivo al procedimento di mediazione, il giudice può desumere argomenti di prova nel successivo giudizio ai sensi dell'art. 116, secondo comma, del codice di procedura civile"[.Altrettanto pacifico deve ritenersi ormai in giurisprudenza che, perchè la condizione di procedibilità possa dirsi assolta, la procedura di mediazione debba essere effettiva e che a tal fine le parti debbano partecipare personalmente o tramite un delegato che non solo abbia la legittimazione a trattare e concludere un accordo, ma che abbia anche la necessaria conoscenza dei fatti; presupposto questo imprescindibile di qualsiasi conciliazione e, come tale, richiesto in tutte le ipotesi di interrogatorio libero e tentativo di conciliazione giudiziale disciplinato dal codice di rito. A. Quindi nessun dubbio nell'ipotesi in cui, in sede di primo incontro, le parti partecipino e, conclusa la fase informativa entrino subito in mediazione;
se questa si conclude negativamente anche nel medesimo primo incontro la condizione di procedibilià deve ritenersi avverata ai sensi dell'art.5 comma 2-Bis del decreto legislativo. B. Altrettanto pacifica appare l'ipotesi in cui una delle parti non si presenti (nè personalmente nè tramite un proprio procuratore sostanziale) neanche al primo incontro informativo e non aderisca alla procedura di mediazione;
il verbale sarà di mancato accordo ed il giudice valuterà l'assenza della parte e trarrà le proprie conclusioni ai sensi dell'art. 116, comma 2 c.p.c. C. I problemi interpretativi nascono nel caso in cui tutte le parti partecipino al primo incontro (così apparentemente escludendo l'ipotesi di cui all'art. 8 comma 4-bis, in virtù del quale il giudice può trarre argomenti di prova dalla mancata ed ingiustificata partecipazione della parte) ma una o entrambe si rifiutino di entrare in mediazione. In tal caso può ritenersi avverata la condizione di procedibilità ai sensi dell'art.5 comma 2-Bis che, come detto, la ammette anche nell'ipotesi in cui il primo incontro si concluda senza accordo? Questa è la conclusione cui è pervenuta la Cassazione con la sentenza 7 marzo 2019, n. 8473, che tuttavia è stata contraddetta e disconosciuta da diverse pronunce di merito, alcune (come quella del Tribunale di Firenze) di assoluto pregio. Ma ove si consideri avverata la condizione di procedibilità, la parte o le parti che abbiano rifiutato di entrare in mediazione sono suscettibili di qualche altra misura lato sensu sanzionatoria da parte del giudice? La prima tesi: Avveramento della condizione di procedibilità, Come detto questa tesi trova il riconoscimento da parte della Cassazione che nella sentenza n. 8473/2019, dopo avere ribadito la necessità della partecipazione personale delle parti ha affermato il principio di diritto secondo cui: "La condizione di procedibilità può ritenersi realizzata al termine del 1° incontro davanti al mediatore, qualora una o entrambe le parti, richieste dal mediatore dopo essere state adeguatamente informate sulla mediazione, comunichino la propria indisponibilità di procedere oltre". Assolutamente in linea con detto orientamento si è posto il Tribunale di Aosta che, con la sentenza del 12.03.2019 (R.G. 1273/2016) in un'ipotesi di opposizione a decreto ingiuntivo in cui l'opponente aveva sollevato l'eccezione di improcedibilità per mancato esperimento della procedura di mediazione, conclusa con esito negativo in sede di primo incontro informativo per indisponibilità dell'opposto, ha ritenuto assolta la condizione ai sensi dell'art.5 comma 2-Bis del D.Lgs n. 28/2010 "nulla rilevando [...] che una delle parti abbia apertamente rifiutato, nel corso di detto incontro, di entrare nel merito della procedura di mediazione". In linea con detto orientamento appare anche il Tribunale di Milano che, con la sentenza n. 4275/2019 del 3 maggio dello scorso anno ha ritenuto che "se la mancata partecipazione effettiva alla Mediazione comportasse l'improcedibilità, il legislatore non avrebbe previsto la disciplina di cui all'art. 8 comma 4Bis (aggiunto dal D.L. n. 69/2013) secondo cui < dalla mancata partecipazione senza giustificato motivo al procedimento di Mediazione, il giudice può desumere argomenti di prova nel successivo giudizio ai sensi dell'art.116 2° comma c.p.c. Il giudice condanna la parte costituita che, nei casi di cui all'art.5, non ha partecipato senza giustificato motivo, al versamento [....] di una somma di importo corrispondente al contributo unificato...>". La seconda tesi: Differente opinione è stata espressa dal Tribunale di Firenze, che, ancora all'indomani della pronuncia della S.C. n.8473, ha rinnegato il sopra citato principio di diritto, ritenendo quell'interpretazione dell'art. 8 del D.Lgs. n. 28/2010 errata e non coerente con i principi costituzionali e con la normativa comunitaria. In particolare Cassazione avrebbe frainteso la norma e la sua ratio, finendo per rendere l'obbligo alla procedura di mediazione una mera formalità da superare quanto prima ed al minor costo. Come puntualmente rappresentato anche dal Tribunale di Firenze con la pronuncia dell'8 maggio 2019, l'art.8 in realtà prevede che in sede di primo incontro le parti ed i loro avvocati sono chiamati ad esprimersi sulla POSSIBILITÀ di iniziare la procedura di mediazione non già sulla loro VOLONTÀ o disponibilità ad entrare in mediazione . Secondo il Tribunale fiorentino, quindi, ove non vi siano preclusioni tecniche alla prosecuzione del procedimento (quali ad esempio problemi di competenza, difetto di legittimazione o di rappresentanza che inficino il contraddittorio e la procedura), ma le parti si limitino a dichiarare che "non sussistono i presupposti" o si rifiutino di proseguire la procedura ed entrare in mediazione, questa non si sarebbe effettivamente svolta e la condizione di procedibilità non si sarebbe avverata. Anche questa soluzione però lascia perplessi. Far discendere l'improcedibilità del giudizio dal rifiuto di conciliare o anche solo di tentare di conciliare sembra violare i principi stessi del nostro ordinamento ed in particolare quello della libertà, dell'autonomia negoziale delle parti, nonchè quello stesso della tutela giudiziale del diritto, costituzionalmente garantito. Non può infatti ipotizzarsi che sia stato così introdotto nel nostro ordinamento il principio dell'accordo ad ogni costo; un accordo che, in quanto frutto di pressione, sarebbe nullo per assenza di uno dei suoi requisiti essenziali. Questo aspetto è stato rilevato dal Tribunale di Milano che, consapevole del fatto che l'indisponibilità preconcetta debba essere sanzionata, ha ritenuto di individuare la sanzione nell'art.116 2° comma c.p.c. Il Tribunale meneghino, infatti, con la sentenza 3 maggio 2019, n. 4275 ha ritenuto che "se la mancata partecipazione effettiva alla Mediazione comportasse l'improcedibilità, il legislatore non avrebbe previsto la disciplina di cui all'art.8 comma 4Bis (aggiunto dal D.L. n. 69/2013) secondo cui < dalla mancata partecipazione senza giustificato motivo al procedimento di Mediazione, il giudice può desumere argomenti di prova nel successivo giudizio ai sensi dell'art.116 2° comma c.p.c. Il giudice condanna la parte costituita che, nei casi di cui all'art.5, non ha partecipato senza giustificato motivo, al versamento ....di una somma di importo corrispondente al contributo unificato...>" D'altro canto anche alla luce dell'ultima pronuncia delle SS.UU. (ordinanza 16 settembre 2019, n. 23003) in tema di opposizione a d.i., che ha riconosciuto l'obbligo ad esperire la mediazione in capo all'opponente, seguendo il predetto principio si rischierebbe di affermare che non si sia avverata la condizione di procedibilità e quindi debba essere dichiarata improcedibile l'opposizione (con tutto ciò che ne consegue in termini di definitività del decreto ingiuntivo), ove in sede di primo incontro informativo il creditore opposto non si presenti o si rifiuti di entrare in mediazione. È evidente che così non può essere. Conclusioni: Una soluzione può individuarsi solo facendo attenzione al fatto che la condizione di procedibilità prevista dal legislatore non riguarda il giudizio ma solo la domanda. In ragione di ciò, il comportamento dell'opposto (o della parte non obbligata ex art. 5 del D.Lgs.) che rifiuti la mediazione non può inficiare in alcun modo la procedibilità della domanda dell'opponente (o dell'obbligato ai sensi del predetto medesimo articolo). Pertanto, fermo il principio che nessuno può essere costretto a conciliare nè a mediare,  fermo il principio che il comportamento preconcetto ed ostativo, che causi o protragga un processo, altrimenti evitabile, dev'essere sanzionato, fermo altresì il principio secondo cui la condizione di procedibilità deve ritenersi assolta solo ove la mediazione sia stata effettiva, sembra potersi concludere che:

  1. se la parte obbligata ex art. 5 del D.Lgs. non esperisce la mediazione, o non la esperisce effettivamente (non presentandosi personalmente o tramite un suo delegato sostanziale al primo incontro, o ancora rifiutandosi di entrare in mediazione) la condizione di procedibilità non potrebbe ritenersi assolta;
  2. ove il citato comportamento sia invece posto in essere dalla controparte, che non ha formulato (o non formulerà nel successivo giudizio) una domanda altrettanto soggetta all'obbligo di cui all'art.5, la condizione di procedibilità dovrebbe ritenersi assolta ed il giudice potrebbe valutare il comportamento della parte riottosa ai sensi dell'art.116 2° comma c.p.c.;
  3. ove le parti entrino in mediazione ma le trattative falliscano, il giudice dovrebbe valutare il comportamento delle parti in mediazione, specie in presenza di una proposta, ai fini della diversa condanna delle spese di lite, ai sensi dell'13 del D.Lgs. n. 28/2010;
  4. ove, infine, la mediazione abbia esito negativo perchè una delle parti non si presenta personalmente (o tramite delegato sostanziale a conoscenza dei fatti e della legittimazione ad disporre del diritto) varrebbe quanto detto ai punti 1) e 2) a seconda che si tratti dell'obbligato o della controparte.

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Ultimo aggiornamento Venerdì, Febbraio 14 2020
  
11
Febbraio
2020

Per la Corte d'Appello di Bologna l'onere di attivare la mediazione obbligatoria in caso di opposizione a decreto ingiuntivo incombe sul creditore opposto;

Corte d'Appello di Bologna, sentenza del 01/10/2019;

Sintesi: “Il creditore che opta per la tutela monitoria persegue il proprio interesse a precostituirsi un titolo esecutivo senza provocare il contraddittorio, il debitore ingiunto che intenda sottrarsi alla infondata pretesa del ricorrente non ha altro strumento di difesa che il promuovimento di un giudizio di opposizione, così adottando una iniziativa che lungi dall'essere intesa (e come tale penalizzata) la via lunga che preclude la via breve ostacolando gli obiettivi del legislatore, costituisce l'espressione del diritto di difesa costituzionalmente garantito”
Da ciò discende che l'onere di attivare la mediazione obbligatoria in caso di opposizione a decreto ingiuntivo incombe sul creditore opposto, con la conseguenza che il mancato tempestivo esperimento comporta l'improcedibilità della domanda creditoria fatta valere in sede monitoria.

LA SENTENZA:

REPUBBLICA ITALIANA
IN NOME DEL POPOLO ITALIANO
LA CORTE D'APPELLO DI BOLOGNA

Sezione II Civile
Riunita in Camera di Consiglio nelle persone dei Magistrati
dott.Maria Cristina Salvadori - Presidente rel.
dott.Stefano Marinelli - Consigliere
dott.Paola Montanari - Consigliere
nella causa civile in grado di appello iscritta al n.346/2019
promossa da
(...)
Rappresentata e difesa dall'avv. (...) con elezione di domicilio presso lo studio dell'avv. (...)
Appellante
contro
(...)
Rappresentata e difesa dall'avv. (...) con domicilio eletto presso il suo studio in (...)
Appellata
In punto a: appello avverso la sentenza del Tribunale di Modena n.1314/2018 in data 12.7.2018

Motivi della decisione

Con sentenza in data 12.7.2019, il Tribunale di Modena ha dichiarato improcedibile l'opposizione promossa da (...) avverso il decreto ingiuntivo emesso dallo stesso Tribunale in favore di (...) avente ad oggetto canoni di locazione, sul presupposto che l'opponente non aveva dato corso alla procedura di mediazione nel termine che il Tribunale, concessa la provvisoria esecutorietà del decreto ingiuntivo e disposto il mutamento del rito da ordinario a locatizio, aveva all'uopo assegnato.
Avverso la suddetta sentenza (...) ha proposto appello censurando la sentenza nella parte in cui aveva individuato nell'opponente a decreto ingiuntivo, anziché nell'opposto, la parte tenuta a promuovere la mediazione.
(...) si è costituita in giudizio contestando il fondamento dell'appello e questa Corte, all'udienza del 24.5.2019, ha deciso la causa come da dispositivo di cui ha dato lettura in udienza.
L'appello è fondato.
Va premesso che l'art. 5 D.Lgs. n. 28 del 2010 pone a carico della parte che intende promuovere in giudizio un'azione relativa ad una delle controversie elencate al comma 1 bis, tra cui le locazioni, l'onere del preventivo esperimento del procedimento di mediazione che costituisce condizione di procedibilità della domanda giudiziale e, al comma 4, esclude dal preventivo procedimento di mediazione, tra gli altri, il procedimento per ingiunzione compresa la opposizione a decreto ingiuntivo fino alla fase di pronuncia sulla provvisoria esecutorietà del decreto opposto, ma non indica a carico di quale parte (opponente od opposto) incomba questo onere nelle cause di opposizione a decreto ingiuntivo.
Di qui la difficoltà interpretativa che ha dato luogo a contrapposti orientamenti in dottrina ed in giurisprudenza: 1) da un lato quello sostenuto dalla Corte di Cassazione con la sentenza n.24629/2015, richiamata nella sentenza impugnata che ad essa ha aderito, secondo cui l'onere di esperire il tentativo di obbligatorio di mediazione verte sulla parte opponente la cui iniziativa processuale incide negativamente sul principio della ragionevole durata del processo cui si ispira la ratio dell'art. 5 D.Lgs. n. 28 del 2010; 2) d'altro lato l'orientamento opposto, tuttora seguito da una parte della giurisprudenza di merito, secondo cui l'onere di attivare il procedimento di mediazione grava sulla parte opposta in quanto titolare della pretesa creditoria azionata in sede monitoria e quindi attrice in senso sostanziale.
Il mancato esperimento della procedura di mediazione produce diverse conseguenze a seconda che si aderisca all'uno o all'altro dei suddetti orientamenti in quanto per il primo 1'improcedibilità investe l'opposizione a decreto ingiuntivo con conseguente definitività del decreto ingiuntivo, mentre per il secondo l'improcedibilità travolge il decreto ingiuntivo.
La Corte ritiene di aderire al secondo orientamento in base alle seguenti considerazioni che muovono, preliminarmente, dalla formulazione letterale dell'art.
5 D.Lgs. n. 28 del 2010 che pone l'onere del preventivo esperimento del procedimento di mediazione a carico di "chi intende esercitare in giudizio un'azione relativa ad una controversia in materia di ....... .locazione..........".
La parte che agisce in sede monitoria chiedendo ed ottenendo un decreto ingiuntivo esercita l'azione a tutela della propria pretesa creditoria attivando una procedura sommaria in cui il contraddittorio è posticipato e meramente eventuale, rimosso alla iniziativa del debitore ingiunto che, ove intenda contestare la pretesa creditoria del ricorrente, propone opposizione a decreto ingiuntivo, instaurando così un ordinario giudizio di cognizione avente ad oggetto la originaria pretesa creditoria riconosciuta nel decreto ingiuntivo e nel quale la posizione processuale delle parti si inverte rispetto alla posizione sostanziale in quanto la parte opposta, processualmente convenuta, è sostanzialmente attrice quale titolare della stessa pretesa creditoria, dapprima introdotta con il ricorso per decreto ingiuntivo e poi sottoposta all'esame del giudice secondo le regole dell'ordinario giudizio di cognizione.
Il criterio per l'individuazione della parte onerata della mediazione non può prescindere dalla titolarità dell'azione, cioè della pretesa fatta valere in giudizio.
Gli argomenti con i quali la Corte di Cassazione nella citata sentenza sostiene l'opposta soluzione non sono condivisi da questa Corte, in primo luogo per l'effetto premiale che viene riconosciuto all'opposto per avere egli scelto, attraverso il ricorso per decreto ingiuntivo, "la linea deflattiva coerente con la logica dell'efficienza processuale e della ragionevole durata del processo", considerato (nel ragionamento della Suprema Corte) più meritevole dell'opponente il quale, promuovendo il giudizio di opposizione "adotta la soluzione più dispendiosa, osteggiata dal legislatore".
In verità si può replicare che mentre il creditore che opta per la tutela monitoria persegue il proprio interesso a precostituirsi un titolo esecutivo senza provocare il contraddittorio, il debitore ingiunto che intenda sottrarsi alla infondata pretesa del ricorrente non ha altro strumento di difesa che il promuovimento di un giudizio di opposizione, così adottando una iniziativa che lungi dall'essere intesa (e come tale penalizzata) la via lunga che preclude la via breve ostacolando gli obiettivi del legislatore, costituisce l'espressione del diritto di difesa costituzionalmente garantito.
L'inconveniente rappresentato dalla Suprema Corte, secondo cui "non si vede a quale logica di efficienza risponda una interpretazione che accolli al creditore del decreto ingiuntivo l'onere di effettuare il tentativo di mediazione quando ancora non si sa se ci sarà opposizione allo stesso decreto ingiuntivo" è l'effetto di una lettura non corretta della norma in esame; invero, poiché il 4 comma dell'art. 5 D.Lgs. n. 28 del 2010 esclude testualmente l'applicazione dei commi 1 bis e 2 "nei procedimenti per ingiunzione inclusa la opposizione fino alla pronuncia sulle istanze di concessione e sospensione della provvisoria esecuzione", l'onere di attivare la mediazione sorge solo quando l'opposizione a decreto ingiuntivo è stata già proposta ed il giudice si è già pronunciato sulla provvisoria esecuzione del decreto.
Nella fattispecie, pertanto, (...) avrebbe dovuto promuovere il procedimento di mediazione entro il termine assegnato dal Tribunale, investito dell'opposizione a decreto ingiuntivo (e quindi della cognizione piena sulla sua originaria domanda), nel termine assegnato dal Tribunale con l'ordinanza in data 10.4.2017 con la quale, concessa la provvisoria esecuzione del decreto opposto e disposto il mutamento del rito, il Tribunale aveva assegnato il termine per l'esperimento del procedimento di mediazione.
Il mancato esperimento della mediazione ha quindi comportato la improcedibilità della domanda creditoria fatta valere in sede monitoria, con conseguente declaratoria di nullità del decreto ingiuntivo opposto. Tenuto conto della peculiarità della questione trattata, in relazione alla quale si registrano contrapposti orientamenti giurisprudenziali, ricorrono le condizioni di cui all'art. 92 c.p.c. per dichiarare la compensazione fra le parti di entrambi i gradi di giudizio.

P.Q.M.

In accoglimento dell'appello proposto da (...) nei confronti di (...) avverso la sentenza del Tribunale di Modena n. 1314/2018, dichiara la improcedibilità della originaria domanda monitoria di parte appellata e revoca il decreto ingiuntivo opposto.
Dichiara la compensazione delle spese di entrambi i gradi del giudizio,
Così deciso in Bologna, il 24 maggio 2019.
Depositata in Cancelleria il 1 ottobre 2019.

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Ultimo aggiornamento Martedì, Febbraio 11 2020
  
07
Febbraio
2020

Le sanzioni per chi, in questo caso il convenuto, non partecipa alla mediazione!

Tribunale di Velletri, sentenza del 05/01/2020

Se la parte, nel caso di specie il convenuto, non partecipa alla mediazione e costringe l'attore ad incardinare un giudizio evitabile, il giudice può applicare la sanzione prevista dall'art 96 cpc ed ex art. 116 cpc.
Ciò soprattutto nella circostanza in cui dalla mancata partecipazione alla mediazione discende la nascita di un giudizio che, altro non fa, se non caricare sull'attore esborsi che potevano essere evitati con il corretto esperimento della procedura stragiudiziale.

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

TRIBUNALE ORDINARIO di VELLETRI


Il Tribunale, nella persona del Giudice dott. Maurizio Colangelo _ ha pronunciato la seguente

SENTENZA

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Ultimo aggiornamento Sabato, Febbraio 08 2020
  
02
Febbraio
2020

Ecco cosa succede per la mancata partecipazione alla mediazione?

Tribunale di Vicenza, sentenza del 16/04/2019

Sintesi: La presenza personale della parte è requisito indispensabile per il corretto svolgimento della mediazione. Qualora una delle parti decida di non partecipare alla mediazione e, al contempo, non giustifica la sua decisione con una adeguata motivazione, il giudice la condanna al versamento di una somma di denaro pari al valore del contributo unificato (art. 8, 4 bis, del D.lgs. 28/10). A ciò, inoltre, si aggiunge anche la possibilità di sanzionare la parte anche ai sensi dell’art 96 comma 3 c.p.c.
Leggi la sentenza qui:

 

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Ultimo aggiornamento Giovedì, Febbraio 06 2020
  
30
Gennaio
2020

Chi ostacola la mediazione o non si presenta paga le spese di giudizio;

L'istante o il Convenuto, in questo caso Il condominio che non collabora allo svolgimento della mediazione, pur se in una materia nella quale non è prevista come obbligatoria, deve essere condannato al risarcimento del maggior danno pari alle spese sostenute per la procedura conciliativa che, per quanto facoltativa, appariva più che opportuna in quanto avrebbe consentito ad entrambe le parti di evitare i costi e i tempi del giudizio. Sono le conclusioni cui perviene il Tribunale di Milano (estensore Gentile) con la sentenza del 21 luglio 2016, ed altre successive, che costituisce un importante precedente giurisprudenziale destinato a responsabilizzare le parti che, chiamate in mediazione (ancor più se non obbligatoria ex lege o ex officio iudicis), ritengono di eludere una effettiva partecipazione alla mediazione stessa finalizzata alla concreta definizione della lite. Nella controversia sottoposta alla decisione del tribunale lombardo, il condominio si rendeva inadempiente al pagamento di fatture relative al servizio di riscaldamento. E, dopo alcuni solleciti, veniva preventivamente invitato in mediazione dalla ditta fornitrice al fine di pervenire ad una composizione amichevole. Al primo incontro di mediazione, il condominio non partecipava: si limitava a comunicare che vi era stata una errata notifica della convocazione e che aveva provveduto al versamento di un acconto sul dovuto. L’organismo di mediazione provvedeva a convocare un nuovo incontro tra le parti e questa volta alla seduta partecipava anche l’amministratore del condominio. Ma ciò avveniva «al solo scopo di non incorrere nelle sanzioni di legge». Tale fallito tentativo di mediazione comportava costi per la ditta fornitrice pari a 410 euro per l’indennità di mediazione versata all’organismo, oltre a 538 euro per l’assistenza legale. A distanza di un anno, la società creditrice procedeva giudizialmente nei confronti del condominio moroso (che peraltro restava contumace nel processo). Nel ricorso chiedeva - oltre al pagamento delle residue somme dovute per le forniture - anche il maggior danno (ex articoli 1218 e 1224, comma 2, del Codice civile) pari ai costi sostenuti per la mediazione e per la connessa assistenza legale. Il giudice milanese, dopo aver posto in evidenza che la procedura mediativa nel caso di specie era da ritenersi facoltativa, rimarcava come nella lite in questione tale scelta appariva «maxime opportuna». Infatti, l’esito conciliativo avrebbe consentito ad entrambe le parti - incluso quindi lo stesso debitore - di evitare i costi ed i tempi del processo, «poi necessariamente incardinato a seguito della mancata collaborazione del condominio nella fase della mediazione e del pervicace inadempimento dello stesso»; il procedimento di mediazione pertanto promosso dalla parte creditrice «era a beneficio dello stesso debitore, a tacere della deflazione del carico giudiziario». La sentenza dunque giunge a ritenere sussistente il nesso di causalità tra le spese per la mediazione ed il recupero del credito, «in quanto lo strumento della mediazione era obiettivamente funzionale ad evitare - con minimi costi per il convenuto - il presente giudizio nell'interesse di entrambe le parti e del sistema Giustizia», e pertanto condanna il condominio non solo al pagamento della sorta capitale, ma anche ai danni e alle spese processuali.

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Ultimo aggiornamento Sabato, Febbraio 01 2020
  
28
Gennaio
2020

Eccezione di improcedibilità: quali poteri per il giudice d'appello?

Corte di Cassazione, sentenza del 13/12/2019;

SINTESI: Ai sensi di quanto previsto dall’art. 5 comma 1-bis del d. lgs. 28/2010 l’improcedibilità deve essere eccepita dal convenuto a pena di decadenza o rilevata d’ufficio dal giudice non oltre la prima udienza del giudizio di primo grado. Qualora ciò non accada e il giudice di primo grado non abbia rilevato d’ufficio l’improcedibilità, al giudice d’appello è preclusa la possibilità di procedere in tal senso. Il giudice d’Appello, infatti, non può far altro che valutare la natura della causa e disporre, qualora lo ritenga opportuno, l’esperimento del procedimento di mediazione.

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Ultimo aggiornamento Martedì, Gennaio 28 2020
  
28
Gennaio
2020

Corsi per Mediatori civili e commerciali professionisti anche ad hoc e la soluzione migliore la decidi tu!!!!! (Non attendere il momento è ora).

Se sei interessato a svolgere questa nuova professione ma non hai ancora il titolo, prima di iscriverti ad Enti formativi che non sono anche Organismi di mediazione (gli unici che possono dopo il corso farti eseguire i 20 Tirocini richiesti) e iscrivere all’Albo dei Mediatori presso il Ministero della Giustizia, Omci propone:

Corso formativo per mediatori civili e commerciali della durata di 50 ore (minimo) A sole 750,00 EURO e 250,00 Euro per i corsi di Aggiornamento un prezzo in assoluto tra i migliori, (Unica condizione il Corso parte con almeno 5 iscritti  anche ad hoc, cioè con 5-6 soli iscritti)! Nel caso appena riportato il corso si esegue a Cavour (TO), Torino, Legnano, Sassari, ecc. Nelle sedi ove non abbiamo sedi Registrate, per chi è ben preparato, potremmo poi REGISTRARE altre sedi al ROM del Ministero della Giustizia con il Referente di zona con in quale ci siamo accordati e non prima di aver verificato  i requisiti acquisiti per essere Responsabile Regionale o di sede, in questo caso lo potrà fare anche chi ha già svolto il corso da 50 Ore. Il Corso puo’ essere di 6 giorni consecutivi (durata per 4 giorni di 8 Ore,30 Minuti e due giorni, durata 8 ore per un totale di 50 ore), oppure 2 W.E. (Giovedì,Venerdì, Sabato  e l'ultimo giorno  comprende anche l’esame finale di 4 ore), Totale 50 ore.

In molti ci chiedono dopo aver svolto corsi in altri enti formativi, se possono eseguire il tirocinio assistito da noi, Certo, tutto è possibile, dando precedenza ai nostri corsisti e dopo aver superato un esame Scritto e orale per verificare il grado di apprendimento; si perché molti enti formativi effettuano corsi a prezzi stracciati, ma questo vuol dire anche eseguire un corso di scarsa qualità. Omci effettua corsi con le Materie preparate e Verificate dai migliori professionisti nel settore ed inoltre non si limita a far leggere le norme come molti fanno, i nostri corsi sono basati su tutte le norme previste dai Decreti, ma poi Molto improntati sulla Materia essenziale della Mediazione Civile, grazie ai nostri Formatori che sono tutti Esperti per ambiti di settori, iscritti ai vari ordini e C.T. e la preparazione sulla materia essenziale in mediazione, ovvero la COMUNICAZIONE, l’EMPATIA, la STRUTTURA dell’apprendimento, insomma le basi essenziali per conoscere il tipo di comunicazione, di formazione e del Livello Culturale di ognuno di Noi, preparato direttamente dal Responsabile scientifico Sociologo (Vero, non con formula equipollente), solo cosi si diverrà un Mediatore preparato e pronto ad individuare subito il tipo di cultura dell’interlocutore in modo di farlo sentire subito a proprio Agio, (la Mediazione è a questo che serve, non si è in tribunale, ma in un luogo agevole dove con una buona Mediazione, le parti riusciranno a mettere da parte quei rancori o contrasti interni ed esterni che altro non fanno se arrecare danni a se stessi e gli altri). Il Mediatore deve solo possedere un Computer, uno scanner Formato A 4 Risoluzione 200 DPI , una stampante e una sede da Registrare a R.O.M del Ministero della Giustizia ove non l’abbiamo.

Nessuno Vive bene portando odio o rancore questo è un fatto e Omci con i suoi Mediatori in costate aggiornamento è certamente all’avanguardia per affrontare insieme determinate Liti, finendo in tempi brevi e con la soluzione migliore per entrambe le parti, per questo ripetiamo: prima di iscriverti ad un corso qualsiasi, valuta bene se dopo sarai veramente preparato ad affrontare Disagi altrui, facendo capire che i veri problemi della vita quotidiana sono ben altri, e arrivare cosi a un accordo amichevole tra le parti. Il vero mediatore infatti vede questo non come un modo per farsi “soldi”, ma in primis come una vera e propria Missione di Pace, cosa essenziale per un Uomo, specialmente in periodi come quello attuale. E Con La Nuova Legge La Mediazione è divenuta Obbligatoria a tempo Indeterminato.

Il corso è rivolto ai laureati (anche laurea triennale in particolar modo, Avvocati o Laureati con Materie Compatibili con la Mediazione Civile e Commerciale) e ai diplomati iscritti in un albo professionale (es: geometri, consulenti del lavoro, commercialisti. Architetti, Notai, Ingegneri e tutti coloro che sono Laureati con Laurea Triennale o tutti coloro che sono iscritti ad un albo, riconosciuto dal Ministero della Giustizia). E’ gradita la prenotazione per motivi logistico - amministrativi, almeno 20 giorni prima, in modo tale da preavvisare il Ministero,  il luogo verrà comunicato sulla piattaforma www.omci.org insieme alle date ed orari come richiesto dalla legge e alle parti circa 20 giorni prima, in modo da dare ad ognuno la possibilità di effettuare il Bonifico bancario.

E’ gradita la prenotazione circa 20 giorni prima dell’inizio dei corsi previsti, oppure allo stesso prezzo potrai usufruire del corso ad hoc con le date che preferisci. Sono disponibili moduli anche per corsi specializzanti per mediatori: fiscali, bancari, condominiali, e di tutte le Materie Necessarie per divenire un Vero Mediatore. quindi non farti sfuggire la prossima data e non esitare a contattarci per avere informazioni e per richiedere i moduli di iscrizione reperibili su www.omci.org , sotto il link Formazione nella Home Page;

Per informazioni o invio moduli contattare: Questo indirizzo e-mail è protetto dallo spam bot. Abilita Javascript per vederlo.

Alcuni ci hanno domandato perché non teniamo corsi per Mediatori Avvocati di diritto da 18 ore la risposta è qui riportata: Il Consiglio Nazionale Forense ha stabilito, con la circolare 6/C/2014, che per esercitare la professione di Mediatore civile un Avvocato debba seguire un corso di formazione della durata minima di 15 ore. N.B.: nonostante la sentenza del Consiglio di Stato n° 5230 del 17/11/2015 avesse riportato la formazione degli Avvocati “mediatori di diritto” nell’ambito del D.M. 180/2010, il Consiglio Nazionale Forense –con nota del 7 giugno 2016– ha ribadito la validità del “percorso abbreviato” per la formazione e l’aggiornamento obbligatorio degli Avvocati mediatori.  Stanti i requisiti minimali della formazione prevista dal C.N.F., a norma dei rispettivi regolamenti, per garantire la competenza dei propri mediatori e la qualità dei servizi erogati, gli Organismi di mediazione privati e pubblici potrebbero richiedere requisiti di preparazione più elevati agli Avvocati che vogliano iscriversi ai propri elenchi dei mediatori. La formazione minima, comunque, garantisce agli Avvocati la possibilità di iscriversi a quegli Organismi che non richiedano requisiti di preparazione più elevati ai propri mediatori, come per esempio alcuni Organismi di mediazione forensi, in particolare, consente agli Avvocati in possesso della formazione minima l’iscrizione a un elenco speciale di Mediatori ausiliari, che possono ricevere incarichi di supporto ai Mediatori titolari dei procedimenti. I corsi da 18 ore per cui noi non li facciamo in quanto non coerente con la sentenza del Consiglio di stato. Ma terremo quelli da 50 Ore agli Avvocati con Prezzi MOLTO più Vantaggiosi di quello Riportato sopra (Solo per gli Avvocati iscritti all'albo scrivendo a Questo indirizzo e-mail è protetto dallo spam bot. Abilita Javascript per vederlo. sentirete il prezzo e non avrete più dubbi sul da farsi). (Nulla contro il CNF assolutamente, ma noi Preferiamo attenerci alla sentenza Consiglio di stato e sarete molto più sicuri anche Voi perchè ogni Organismo vi Prenda).

MEDIAZIONE DEL LAVORO: OMCI offre ai lavoratori e alle aziende, e ai loro avvocati, coinvolti in una controversia di lavoro la gestione professionale e neutrale di una procedura di mediazione professionale. Una soluzione estremamente efficace e conveniente per garantire reciproca soddisfazione e soluzioni creative. La procedura di svolge secondo il Regolamento di Mediazione Volontaria di OMCI

L’intervento di un mediatore professionale terzo neutrale specializzato in materia del lavoro, costituisce un valore aggiunto inestimabile al tentativo di composizione di liti tipicamente risolte, sino ad oggi, nell’ambito di “conciliazioni paritetiche” soggette, dunque, ai limiti della negoziazione diretta.

Caratteristiche della procedura

  • Mediatori professionisti esperti in materia di diritto del lavoro.
  • La Procedura di Mediazione è protetta dalla massima confidenzialità. Il mediatore e tutti coloro che sono coinvolti nella mediazione, hanno l’obbligo di non rivelare alcuna informazione ottenuta nel corso della procedura, anche in un eventuale futuro giudizio.
  • Possibilità della presenza di un rappresentante sindacale. La procedura di mediazione in materia di lavoro si svolge presso le sedi di OMCI, con la presenza – se richiesta – di un rappresentante sindacale autorizzato. OMCI su richiesta delle parti si avvale di appositi accordi con i sindacati di categoria legittimati.

Validità ed efficacia della procedura

  • Accordo di Mediazione. Al termine della procedura di mediazione, l’accordo di mediazione raggiunto viene sottoscritto tra il lavoratore e l’azienda e ha valore contrattuale tra le parti.
  • Verbale di Conciliazione. L’accordo di mediazione viene trasposto in un Verbale di Conciliazione sottoscritto da un rappresentante sindacale autorizzato e viene depositato presso la Direzione territoriale del lavoro per gli adempimenti di legge.
  • Efficacia della procedura.
  • Le rinunce eventualmente effettuate dal lavoratore sono, inoppugnabili, ai sensi dell’art. 2113, ultimo comma, codice civile;
  • Le intese raggiunte con il Verbale di Conciliazione costituiscono titolo esecutivo.
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Ultimo aggiornamento Venerdì, Febbraio 07 2020
  
28
Gennaio
2020

Supercondominio, quando sorge ipso iure et facto;

Per la Cassazione (sentenza n. 32237/2019) unificando più edifici entro una più ampia organizzazione condominiale, si applicano le norme in materia di condominio e non la disciplina generale della comunione;

Unificando più edifici entro una più ampia organizzazione condominiale, connotata da servizi e manufatti in rapporto di accessorietà con gli immobili, al supercondominio si applicano le norme in materia condominiale e non la disciplina generale della comunione. Con la sentenza 10 ottobre-10 dicembre 2019, n. 32237 la Suprema Corte di Cassazione, sez. II civile, torna a pronunciarsi in materia di condominio negli edifici. La Corte ribadisce l’esistenza, “ipso iure et facto”, del supercondominio ogniqualvolta vi siano più edifici, costituiti o meno in distinti condominii, legati funzionalmente dall’esistenza di manufatti, impianti o servizi comuni ai fabbricati ed in rapporto di accessorietà con questi ultimi, tali da precluderne il godimento autonomo. La qualificazione “supercondominiale”, osserva la Corte, replica al plurale la nozione di condominio ed il vincolo di accessorietà esistente tra la parte comune “servente” e gli immobili “serviti” comporta l’applicazione della disciplina specifica in materia condominiale in luogo di quella generale della comunione. La pronuncia trae origine dall’impugnazione proposta da un condomino avverso una delibera assembleare, lamentando vizi formali e sostanziali, conseguenti all’omessa qualificazione del complesso immobiliare come supercondominio. Il Tribunale di Palermo respingeva l’impugnazione, condannando l’attore alla rifusione delle spese di lite e stesso esito aveva il giudizio d’appello. Il condomino soccombente proponeva quindi ricorso per cassazione, lamentando tra l’altro - per quanto qui di interesse – la violazione di legge in relazione alla nozione di supercondominio. Riteneva infatti che il giudice d’appello non avesse riconosciuto l’esistenza di un supercondominio in relazione al parcheggio e all’area pedonale, beni comuni a servizio dei quattro corpi di fabbrica del complesso immobiliare. Il Condominio, costituitosi con controricorso, obiettava sul punto, invocando l’inammissibilità della censura, non fondata sulla violazione di una norma specifica ma semplicemente riferita ad un istituto giurisprudenziale (quello del supercondominio appunto), recepito con L. n. 220/2012, qui inapplicabile ratione temporis. Il “supercondominio” sussiste ogniqualvolta un insieme di edifici contigui, tali da costituire di per sé condominii singoli e autonomi, ha determinati servizi o manufatti in comune (un giardino privato interno, un vialetto, il cancello di accesso all’intero complesso…). L’istituto ha origine giurisprudenziale ed è stato coniato ben prima della riforma del 2012, allo scopo di applicare ai beni o servizi comuni a singoli edifici le norme previste in materia condominiale in luogo di quelle dettate per la comunione. Con la L. n. 220/2012 il legislatore ha disciplinato espressamente la materia, introducendo all’interno del codice civile una serie di norme, tra le quali appunto l’art. 1117 bis c.c., che chiarisce l’esatto ambito di applicazione della disciplina condominiale. La norma prevede infatti che “Le disposizioni del presente capo” - quelle dettate appunto in tema di condominio negli edifici - si applicano, in quanto compatibili, in tutti i casi in cui più unità immobiliari o più edifici ovvero più condominii di unità immobiliari o di edifici abbiano parti comuni ai sensi dell’articolo 1117.”Le norme sul condominio negli edifici si applicano dunque ai singoli condominii, così come a complessi costituiti da più edifici purchè, per la loro struttura, abbiano in comune alcune delle parti indicate all’art. 1117 c.c. La posizione della Cassazione: Malgrado l’art. 1117 bis c.c. sia inapplicabile ratione temporis alla fattispecie in esame, la Corte di Cassazione condivide l’impostazione del ricorrente. Chiarisce infatti che la norma in esame ha recepito un istituto di elaborazione giurisprudenziale, fornendo una nozione utile anche in senso retrospettivo, riferita a "più unità immobiliari o più edifici ovvero più condomini di unità immobiliari o di edifici aventi parti comuni ai sensi dell'art. 1117". L’elemento identificativo del supercondominio risiede quindi nella natura specificamente condominiale del complesso immobiliare, connotata da una relazione di accessorietà tra la parte comune servente e la pluralità di immobili serviti, prescindendo dal fatto che questi integrino un condominio unitario o più. Se il titolo o il regolamento non dispongono altrimenti, il supercondominio sorge quindi ipso iure et facto, dalla semplice compresenza di più edifici (costituiti o meno in condominii distinti), unificati entro una più ampia organizzazione condominiale legata dall'esistenza di cose, impianti e servizi comuni, in rapporto di accessorietà con i fabbricati. Ed è proprio la condominialità del vincolo funzionale – osserva la Corte – a rendere applicabile a tali edifici la disciplina specifica del condominio, anzichè quella generale dettata in materia di comunione (così Cass. 14 novembre 2012, n. 19939). In altri termini, la qualificazione di supercondominio non è altro che una replica, al plurale, di quella condominiale, postulando anch’essa una relazione funzionale di accessorietà necessaria, posto che il bene in supercondominio (al pari di quello condominiale e diversamente dal bene in comunione) non è suscettibile di godimento autonomo. Malgrado non possa escludersi, nell’odierna fenomenologia degli aggregati immobiliari, la coesistenza di beni a godimento strumentale e beni a godimento autonomo, la Corte chiarisce che il giudice dovrà comunque optare, in base a criteri di preminenza funzionale, verso la definizione prevalente della fattispecie, nell’uno o nell’altro senso. Nel caso di specie gli Ermellini rilevano come il giudice d’appello abbia errato, enfatizzando aspetti irrilevanti per la corretta applicazione della nozione di supercondominio e accantonando al contempo elementi degni di nota, alterando così la fisionomia giuridica dell’istituto e integrando la violazione di legge denunciata dal ricorrente. Anche alla luce della accertata unificazione funzionale dei vari edifici condominiali con opere di collegamento, la Corte ha quindi optato per la sussunzione della fattispecie di cui è causa nel paradigma giuridico del supercondominio. Ha pertanto accolto il primo motivo del ricorso principale (con assorbimento degli altri motivi di ricorso ad esso collegati) e ha cassato la sentenza in relazione al motivo accolto, rinviando ad altra sezione della Corte d’appello per un nuovo esame della questione, uniformandosi al seguente principio di diritto: "anche per effetto dell'art. 1117-bis c.c., utilizzabile in via interpretativa pur se inapplicabile ratione temporis, il supercondominio viene in essere ipso iure et facto, sempre che il titolo o il regolamento non dispongano altrimenti, quando più edifici, costituiti o meno in distinti condomini, sono tra loro legati dall'esistenza di cose, impianti e servizi comuni, in relazione di accessorietà necessaria con i fabbricati, sì da rendere applicabile la disciplina specifica del condominio, anzichè quella generale della comunione".

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Ultimo aggiornamento Martedì, Gennaio 28 2020
  
23
Gennaio
2020

Il termine per l'esperimento del procedimento di mediazione è ordinatorio;

Corte d' appello di Firenze, sez. I, sentenza  n° 65 del 13/01/2020

Sintesi: Ricordando  che l’esperimento della mediazione è condizione di procedibilità per alcune tipologie di giudizi, è comunque necessario chiarire quale sia la natura del termine di 15g assegnato dal giudice per l’esperimento della procedura. In riferimento a detto termine, infatti, sussistono due orientamenti. Il primo, minoritario e più risalente nel tempo, che qualifica il termine di 15g come perentorio. Un altro, più recente e maggioritario, secondo il quale la natura del termine è, invece, ordinatoria. La Corte d’Appello di Firenze, con la sentenza in commento, si allinea a quanto già affermato dalla Corte d'appello Milano, 24 maggio 2017 e 4 luglio 2019, nel qualificare il termine come ordinatorio.
A giustificare tale qualificazione due argomenti. Da un lato, infatti, i termini sono perentori solo quando la legge li qualifica come tali. E nel caso del termine concesso dal giudice per l’avvio della mediazione ciò non accade. Dall’altro lato, invece, è la stessa funzione del termine che ne esclude implicitamente la perentorietà. Il termine, infatti, si riferisce al solo svolgimento e non alla instaurazione della procedura di mediazione. La domanda di mediazione, di conseguenza, ben può essere presentata oltre i 15 g concessi. Fondamentale è che il solo primo incontro si svolga entro l’udienza di rinvio fissata per l’effettivo svolgimento della mediazione.

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Ultimo aggiornamento Venerdì, Gennaio 24 2020
  

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